Dejan Lazić 

C'è un parcheggio a Camorino che Dejan Lazić ricorda meglio degli altri.

Non perché fosse particolarmente grande o complicato, ma perché era molto vario per chi è abituato a fare asfalti. C’era un muro da costruire, grigliati da posare, bordure, asfalto. Il cantiere è andato bene. E alla fine, vedere quello spazio trasformato in qualcosa di ordinato e compiuto l’ha riempito di soddisfazione.

Dejan è caposquadra in SAISA da circa un anno. Nel settore delle pavimentazioni stradali lavora però dal 2014. E sa anche cosa vuol dire portarsi il lavoro a casa, nel senso di affrontare l’indomani con senso di responsabilità: "Arrivi a casa, pensi se serve qualcosa il giorno dopo, come fare, come affrontarlo. Ti viene automatico".

Fare il caposquadra, dice, non è tanto una questione di difficoltà tecnica quanto di impegno continuo. La testa resta sempre sul cantiere, sugli operai, sulle variabili che cambiano da un giorno all'altro. La meteo, per esempio. Lavorare sulla strada significa stare fuori con il caldo di luglio come con il freddo di gennaio. Lui preferisce il freddo, "perché puoi copriti bene", ma sa che l'asfalto vuole calore per essere lavorato, che ci sono parametri precisi che determinano quando si può stendere il tappeto e quando no. E quando le condizioni lo impongono, si lavora comunque.

In cantiere cerca di creare un clima in cui si lavora con serietà ma senza una tensione eccessiva. Con gli operai più giovani, qualche risata, qualche battuta. "Per scioglierci un attimo", dice. Il lavoro è pesante, è inutile negarlo. Ma un gruppo che funziona bene cambia la qualità della giornata.

Nel lavoro, quello che gli piace di più ha a che fare con la precisione: le bordure, le delimitazioni. Quel lavoro di finitura, dove si vede la differenza tra chi ci mette attenzione e chi no.

Fuori dal cantiere, c'è il calcio. Gioca come difensore centrale nel Semine e si ispira a Nemanja Vidić, connazionale serbo, uno che negli anni d’oro in cui giocava nello United era abituato a farsi valere fisicamente. "Preferisco il fisico alla velocità", spiega.

A 28 anni, ormai ha tolto dal cassetto il sogno di diventare calciatore professionista, ammette con una mezza risata. Ora punta a qualcosa di più concreto: costruirsi una famiglia, una casa, mettere le radici. Sistemarsi, come dice lui.

Ma vuole farlo come nel lavoro, mettendoci cura e attenzione. Nel modo migliore. Anche questo significa essere nati per la strada.

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Anthony Eroina, conduttore di lavori edili

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Mohamed Es-Shaybi, macchinista finitrice