Mohamed Es-ShaybiSe ci incontrate lungo le strade ad asfaltare, lo potete vedere alzando lo sguardo.
Lui è lassù, alla postazione di guida della finitrice, intento a scrutare le tracce sulla carreggiata. Quelle che indicano il limite da non superare. Ma se ci parlate scoprirete che non ha dimenticato che il cantiere si impara iniziando da terra.
Mohamed Es-Shaybi ha diciotto anni quando arriva in Italia e inizia a fare gli asfalti. Quattro, cinque anni da manovale. Poi un collega più anziano gli dice: “dovresti fare la testa". Gli mostra i rulli, piano piano. Dopo arrivano gli scavatori, un'oretta al giorno quando c'è tempo. In tutto ci vogliono sei anni per capire come funzionano davvero queste macchine.
Oggi Mohamed di anni ne ha 44, lavora in Svizzera per SAISA dal 2023 ed è il macchinista esperto nella guida della finitrice. Quella che conduce adesso è gommata: la prima in casa SAISA. La differenza con la finitrice cingolata si vede sui pozzetti, nelle curve con forte pendenza: la gommata lascia il banco fermo mentre la macchina si adatta, la cingolata è un corpo unico che nelle curve si alza da un lato.
La precisione richiesta non ammette margini: "Ci sono concessi zero errori – spiega Mohamed -. Bisogna controllare la macchina, le vibrazioni, le temperature, le curve, i punti stretti", dice mentre scruta l’allineamento tra i segni sul terreno e la guida. Un errore minimo può voler dire rimanere incastrati.
Con l'asfalto normale la macchina va tranquilla. Con il drenante è diverso: è più pesante, usura il banco prima, mette sotto sforzo tutta la meccanica. Ogni miscela ha le sue variabili. E poi cambiano le stagioni e le temperature esterne. Anche se guida un mezzo che va a 4 metri al minuto, l’attenzione e la precisione devono essere quasi da pilota di bolidi.
Le soddisfazioni non mancano: “Il cantiere che ricordo con più orgoglio è stato in autostrada al San Bernardino. Eravamo tre macchine affiancate, io partivo per primo e dettavo la linea agli altri. Serve un'organizzazione precisa, perché non c’è possibilità di correggere dopo”.
In Svizzera, quando è arrivato, racconta che ha trovato: orari rispettati, puntualità, rispetto reciproco tra chi lavora in cantiere. “Sono cose fondamentali per lavorare bene e non sempre sono scontate altrove”.
Fuori dal lavoro, il tempo che resta va al figlio di dieci anni che ha bisogno di particolari cure: il centro terapeutico, la piscina, il cavallo. Il suo tempo libero ora è dedicato a lui. La palestra in settimana e i laghetti per pescare nel fine settimana sono un ricordo. Ma la dolcezza con cui parla del figlio lascia intendere che per Mohamed non è un sacrificio.
Non ha però smesso di sognare: vorrebbe un giorno realizzare qualcosa di suo, un progetto da mettere in piedi prima della pensione. La forma ancora non ce l'ha. Per ora c'è il cantiere, la macchina, il lavoro fatto bene. Anche questo significa essere nati per la strada.